Paola Drigo.
.
La partenza di Sise.
Novella.
.
TRATTO DA: La lettura: Rivista mensile del Corriere della Sera. 1923.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
...
.
...
Oggi parte Sise. Par questa circostanza solenne gli hanno fatto un'accurata toilette; gli hanno tosato il mantello roano che il freddo aveva reso un po' ispido e lungo; gli hanno regolato la coda e la criniera, messo una bella coperta verde-scuro filettata di giallo, come a cavallino rispettabile si conviene.
Oggi parte. Dell'importanza di questo avvenimento Sise non si rende conto. E poich  giovane, ed  vivace, drizza le orecchie, sbuffa dalle frogie, sgambetta gaiamente verso la stazione, e di tanto in tanto fa qualche salto d'allegria.
Nina, la cavallina bianca, che  stata per quattro anni la sua compagna, quando l'ha visto uscire dalla stalla, lo ha salutato con due nitriti lunghi e appassionati, ma certo senza sapere, anche lei, - per abitudini di amiti amoureuse, - e Sise, sgambettando distratto, le ha risposto con un nitrito breve e impaziente, quasi per convenienza, come a dire: - Che anticaglie!
Sise va a Roma.  chiamato a pi alti destini. Fra pochi giorni si pavonegger per il Corso o per Villa Borghese. Non torner mai pi quass. Ma non lo sa, e perci non si volta neppure indietro guardare il Grappa, e i paesini arrampicati a mezza costa dove ci ha portati tante volte col suo bel trotto preciso facendo giulivamente tintinnare il campanello, n la villa colle due torri, e la bella scuderia dove trovava sempre un fieno profumato e un alto e soffice letto. Non si volta neppure a guardare Pig, l'uomo di stalla, che per quattro anni ogni mattina lo ha strigliato e spazzolato amorevolmente; Pig, l'uomo brutto dal cuor dolce e dall'aspetto feroce, sopranominato in casa "il buon Venerd".
Sise non sa nulla di nulla, e perci  tanto contento.
Noi invece, che pure abbiamo deciso la sua partenza, stiamo a guardarlo allontanarsi con grande malinconia.
Siamo tre, che lo seguiamo cogli occhi dalla spianata dinanzi alla villa: io, mio figlio, e il buon Venerd.
C' un bel sole di dicembre sulle praterie bianche di brina; le zampe di Sise risuonano con un rumore secco sulla strada dura e gelata; nell'aria c' l'odore dei primi calicantus.
Io mi sento gli occhi velati di lagrime: la partenza di Sise mi fa male. Vorrei chiamarlo indietro, e dirgli qualche cosa; forse punirlo della sua indifferenza, farlo soffrire.
...Sise, lo sai, che quando sarai laggi non potrai pi nitrire per la strada, perch  un delitto di lesa educazione?... Lo sai, che non potrai pi fare quei tuoi sgambetti briosi che qui non ci risparmiavi mai sbucando al largo, ma dovrai camminare dignitoso in fila cogli altri per una strada lunga e stretta fiancheggiata da case che toccano il cielo?... Lo sai, che dovrai girare ogni giorno, alla stessa ora, per lo stesso giardino, intorno alle stesse fontane, girare e girare, incontrando cinquanta volte le stesse persone? E tuttavia nessuno dir: - Questo  Sise, il pi bravo cavallino dei dintorni, che va come una freccia? - Quass, quando ti fermavi davanti alla posta col tuo bel calessino scuro filettato di giallo, un cerchio di ragazzi si formava subito intorno a te. Uno diceva: - Che bella testina! - E l'altro: - Ha il sonagliolo. - E un terzo: -  di pelo roano. - Un quarto tendeva la mano per accarezzarti con circospezione.
Ti ammiravano estatici a bocca aperta. Qui, eri una personalit; non eri soltanto Sise, eri "il cavallino della Signora", rispettato da tutti, tenuto in alta considerazione.
Laggi?!!... Puah!... Lo sai, che per quanta toilette ti abbiano fatta, sembrerai un vero contadino?... Prima di tutto hai la pancia un po' grossa, - questo  sempre stato il tuo difetto - eppoi, hai l'aria sbalordita, spaventata: se incontri un tram, (sai che cosa sono i trams?) ti sbandi, e tremi dalla testa ai piedi come se incontrassi un elefante, una tigre del Bengala.
Questo vorrei dirgli, ed altro ancora.
...Lo sai che non ti scioglieranno pi a mangiare la buona erbetta fresca e saporita, costellata di margheritine? Lo sai che molto probabilmente ti taglieranno la coda?... Ecco: se giudicano che tu sia un poney, ti lascieranno la coda e, sulle gambe - dalle ginocchia in gi - il pelo lungo che, colla ma pancia, ti far sembrare un ippopotamo; se giudicano, com' vero, che sei troppo alto per un poney, te la tagliano di certo, e ti faranno gran male.
Questo vorrei digli, ed altro ancora. Ma sarebbe una vera crudelt. Meglio lasciarlo partire, cos allegro, cos spensierato, come coloro che non sanno. In fondo al mio cuore c' anche un poco di rimorso.
- Addio, Sise; perdonaci: Non era pi possibile tenerti; sono successe tante cose; Pig ha da lavorare anche troppo; c' l'automobile; la cavallina, non la si poteva gettare sul lastrico dopo vent'anni di onorato servizio. Ci separiamo da te per vili ragioni di opportunit e di interesse,  vero; ma ti vogliamo bene, Sise, anche se ti mandiamo via!
...
Ed ecco che Sise, dopo tre giorni di viaggio, arriva a Roma col primo treno.
Sensibile com', in questi tre giorni non ha quasi mangiato n dormito, e, quando scende,  stanco, o, peggio, snervato e trasognato.
Segue lo sconosciuto che lo prende per la capezza, e cammina per le strade a orecchie basse senza veder nulla, come un sonnambulo. Al passaggio del primo tram fa un timido tentativo di sgambetto, ma senza convinzione. 
Del resto la citt  ancora addormentata; chiusi i negozi: rare le automobili; le strade quasi deserte. Sise non si accorge di nulla d'anormale.
L'unica cosa che lo colpisce fugacemente nello stato di sbalordimento in cui si trova,  una lunga fila di cavalli, cos magri da mostrare le costole, attaccati a vetture pi brutte che belle, immobili a un lato della strada.
Hanno l'aria molto infelice. Forse aspettano. Che aspettano? Con quel freddo. Basta, tiriamo innanzi.
Lo accompagnano davanti a una casa, lo fanno entrare in una scuderia quasi completamente oscura, e Sise prende possesso della sua posta.
Allora, per la prima volta, l'imagine confusa di qualche cosa che gli piaceva un tempo, gli ritorna; e volta la testa con un nitrito per chiamare il buon Venerd.
Ma invece della faccia di lui, irsuta e buona, ne vede un'altra tonda e rasata che apre la bocca per intimargli severamente: - Annamo! - e lo spinge da parte, presentandogli una secchia piena d'acqua. Poi si china verso i suoi piedi, e borbotta: - Mal ferrato, unghia difettosa. - Poi gli portano una bracciata di fieno, che non ha l'odore n il gusto del maggengo. Sise 1'afferra svogliatamente a denti alzati, per puro debito di cortesia. E allora l'uomo nuovo, scuotendo la testa, dice, ancora pi severamente: - Pancia grossa! - e, chiuso l'uscio a chiave, se- ne va.
Dopo poco tempo, Sise, assuefatto l'occhio alla penombra della stalla, scopre che non  solo: ha tre compagni; due cavalli e un somaro. Dov' Nina? Vorrebbe domandarlo ai suoi nuovi compagni, ma l'asino russa, e i due bai gli voltano le spalle con marcata indifferenza.  Pare che non si accorgano neppure della sua presenza; Sise per ha l'impressione che lo vedano benissimo, ma fingano di non vederlo, com' costume delle persone di buona societ.
Essi Parlano ad alta voce fra di loro, e si raccontano l'un l'altro la loro storia come se si incontrassero in quel momento per la prima volta.
- Io mi chiamo Sultano - dice l'uno.
- Ed io Wanda - dice l'altra.
- Noi siamo di nobile origine.
- Veniamo dal Mecklemburg.
- Noi siamo la pi bella pariglia di Villa Borghese.
- Stiamo alla Capitale da cinque anni.
- Mio padre era un puro sangue, e si chiamava Moab.
- Mia madre ha vinto otto primi premi alle corse in America, e si chiamata Walkiria.
- Noi siamo di nobile origine.
- Veniamo dal Mecklemburg.
- Mio padre era un puro sangue e si chiamava Moab.
- Siamo la pi bella pariglia di Villa Borghese.
Sise, che conserva la semplicit campagnola, malgrado la stanchezza, si volta a guardarli con curiosit.
Sono alti, un po' ossuti; coi denti lunghi e gialli, danno qualche colpo di tosse, tuttavia, -  vero - nella linea del corpo, nella finezza del mantello lucidissimo, hanno un certo non so che che li distingue dai cavalli che era abituato a vedere in campagna.
Per, come sono noiosi colla loro storia! Ripetono sempre le stesse cose. Quando hanno finito, tornano daccapo. Stanno insieme da cinque anni, e sentono il bisogno di raccontarsele proprio oggi! O  per Sise, per pater le bourgeois?... Ma allora, Sise ha bell'e sentito, e finiamola!
- Io mi chiamo Sultano.
- E io Wanda...
Sise ha la tentazione di sparar quattro calci, ma  troppo snervato, e decide di non occuparsi pi di loro, e di dormire.
Stanco morto, sta per gettarsi gi sulla paglia, ma si trattiene - da quel cavallino generoso che  - e si addormenta dignitosamente in piedi sognando Nina e il buon Venerd.
Quando riapre gli occhi, c' gente in scuderia. Due signore, insieme all'uomo dalla faccia tonda e sbarbata.
Guardano proprio lui, Sise: parlano proprio di lui.
La signora pi giovane, con due ciuffi di ricciolini rossastri che le nascondono met della faccia, e le labbra terribilmente dipinte, pare molto contrariata. Ripete per la decima volta, battendo il piede per terra: - Ma questo non  un poney! Io volevo un poney!
E la signora che  con lei fa dei gran gesti scandalizzati.
- Quel ventre, mon Dieu!... Quel ventre!!
- Di lei non si pu dir certo la stessa cosa; pare un'aringa salata - pensa Sise.
Ma incomincia a sentirsi un po' inquieto che tutti si occupino della sua pancia. "Lass" non si ricordava neppure di averla, a non gliela nominavano assolutamente mai; qui  l'argomento principe di tutti i discorsi. Vorrebbe nasconderla, distruggerla, abolirla; ma come si fa? Come si fa a nascondere la pancia?...
Ora gli voltano le spalle, e complottano fra di loro.
Pare che l'uomo dalla faccia rasa assicuri le signore che il cavallino  cos, - un poco stranito - per colpa del lungo viaggio: quanto alla sua pancia  da attribuirsi al fatto che, dov'era,  stato mal tenuto (mal tenuto?!! povero e buon Venerd!), e gli han fatto mangiare troppo fieno e poca biada.
- Mai biada, mai biada! - vorrebbe protestare con fierezza il Sise. - Io non ne ho bisogno; corro lo stesso come il vento! Datela ai cavalli stracchi, la biada, a quelli che vengono dal Mecklemburg; non a me, che sono giovane e friulano!
L'uomo aggiunge che, con un trattamento razionale, la pancia si ridurr della met, e, dopo pochi giorni di riposo, il cavallino sar addirittura trasformato.
- Ma non  un poney! - ripete per la ventesima volta la signorina.
-  meglio di un poney - dichiara con gravit l'uomo sbarbato.
- Che nome ha? - chiede la signorina con voce raddolcita.
- Sise; ma se non le piace pu mettergliene un altro.
Insomma, le signore promettono di tornare fra qualche giorno.
- Oui, sans doute, dans quatre ou cinq jours. Mais!... Son ventre!! Je vous recommande son ventre!
La chiave gira nella toppa e la scuderia ripiomba nell'oscurit.
Allora in quel silenzio la cavalla Wanda gira il lungo collo verso Sise, e con aria altera e inquisitrice gli chiede a bruciapelo:
- Qual  il tuo albero genealogico?
Colto cos alla sprovvista, Sise non risponde, e abbassa la testa confuso.
E l'asino di rincalzo, puntando verso di lui i suoi grandi orecchi:
- Che ne pensi del nuovo Ministero?
Ormai sanno dove colpire, e ad ogni mezz'ora ripetono la stessa domanda con una crudelt da congiurati.
Sise soffre e tace; si sente umiliato ed inquieto; eppure sa di non essere un cavallino spregevole!... Soffre e tace; finge di non sentire; finge di dormire; si balocca colla corda; morde il legno della greppia; guarda di qua e di l, ma in fondo al suo buon sangue generoso freme la ribellione.
Infine, alla decima volta che lo tormentano col solito ritornello, non regge pi e, dominando la voglia di sferrar tanti calci da mandar all'aria tutta la scuderia, chiede coll'aria pi indifferente del mondo:
- Scusino; e loro... hanno fatto la guerra?
Contadino: scarpa grossa e cervello fino.
Nessuno gli risponde. Entra l'uomo coi finimenti tutti ciondoli ed ottoni, per attaccare i due bai. In pochi minuti sono pronti, e a Sise pare che siano piuttosto soddisfatti di svignarsela.
Resta l'asino; e, partiti quei due, guarda Sise con aria meno burbanzosa, quasi con simpatia.
Pare che abbia voglia di attaccar discorso, ma non osa. Forse  un buon diavolo, guastato un poco dalla cattiva compagnia.
- Come ti chiami? - dice finalmente - Sise?... Raccontami un po' la tua storia.
E Sise, che ha il cuore grosso, e tanto bisogno di uno sfogo, incomincia a raccontare.
- Sono nato in Friuli, sotto il castello di Colloredo. Sai dov' Colloredo? A poche miglia da Udine; e il castello che porta quel nome domina coi suoi tre spalti la pianura friulana. Il mio padrone era fattore dei Nievo che sono proprietari di una parte del castello.
Noi stavamo in una bella fattoria che si apriva su di un cortile quadrato cinto da un muro; nel cortile andavano e venivamo le chioccie coi loro pulcini, innumerevoli galline, e un bel gallo. Sotto un alto albero stava legata a un paletto una scrofa con molti maialetti bianchi dal musino roseo.
In scuderia noi eravamo cinque: mia madre, mio fratello maggiore e altri due, ch il padrone aveva gran passione per i cavalli ed una vera ambizione per allevar dei puledri.
Ogni giorno nella buona stagione ci scioglieva nel "brolo", che era vastissimo e tagliato da piccoli corsi d'acqua, che noi ci divertivamo a saltare. Nel brolo c'erano molti meli che nell'autunno curvavano i rami sotto il peso delle frutta. L'erba aveva un sapore fresco che non ho pi sentito in nessun posto.
Mia madre veniva con noi pascolando. Era una cavalla grigia, di media statura, di carattere equilibrato e bonario, un po' sformata dalla maternit. Mio padre, dicono, era di mantello baio e forte trottatore, ma io non l'ho mai conosciuto.
Si viveva tranquilli, e si andava molto d'accordo.
In estate la famiglia dei signori capitava nel castello a villeggiare, e allora i signorini scendevano spesso alla fattoria e venivano nei prati a giocare con noi e con Tognute, il figlio del fattore.
I signorini erano due: un ragazzo e una fanciulla. La fanciulla si chiamava Ippolita, per ricordare, a quanto dicevano, uno zio soldato morto in mare per naufragio.
Si chiamava Ippolita, ed era bella come un angelo. Altro che la pupattola che  entrata dianzi qua dentro!... Alta, bruna, pallida di viso, con due grandi occhi verdi-azzurri pieni di dolcezza. Persino noi puledri ci fermavamo di pascolare per guardarla; mia madre poi, la seguiva come un agnellino, anche perch lei le portava sempre lo zucchero. Ippolita aveva allora diciassette anni. Mi pare ancora di vederla, sul verde dei prati, coi suoi begli occhi verdi-azzurri e un berrettino rosso, che le stava tanto bene, sulle treccie nere. Dietro a lei trotterellava sempre un cagnolino piccolo e di pelo lungo e arruffato, che si chiamava Burraschetta. Burraschetta ci raccontava che i suoi padroni erano gran signori, non tanto forse per le ricchezze, quanto per la nobilt, e che nel castello c'erano dei caminetti immensi cogli stemmi dei Gonzaga e dei Melzi con cui erano in antico imparentati; ma, essi, pareva non se ne ricordassero affatto, ed erano tanto semplici ed affabili con tutti.
Ippolita, ferma in mezzo al prato, agitava un ramoscello: noi puledri ci mettevamo al galoppo sbandandoci di qua e di la, e Burraschetta dietro, abbaiando a perdifiato e saltando come un pagliaccetto. Veniva il tramonto, e al balcone del castello si affacciava la contessa, la madre, chiamava: - Ippolita, Antonio; a casa, che  tardi!
Ippolita gettava il ramoscello e correva via, col suo berrettino rosso. Antonio la seguiva un po' a malincuore.
Il mio padrone adunque era fattore di questi signori.
Era un uomo di poche parole; alto e grosso; coi capelli rossi che sulle tempie incominciavano a farsi grigi. Egli era vedovo, ed aveva un unico figlio, Tognute, a cui voleva un bene dell'anima.
Era questo Tognute un ragazzo sui vent'anni, tranquillo timido, tutto casa.
Venne la guerra, e part fra i primi, soldato di fanteria. Il signorino and col fattore in una bella carrozza a salutarlo e a portargli un mazzo di rose alla stazione. C'era l, tutta Udine e tutto il contado: signori, contadini, ragazzi, preti. Partivano con Tognute molti altri giovani del Friuli, e furono coperti di fiori, di dolci, di bandierine. Erano contenti; sventolavano i fazzoletti e, quando il treno si mosse, si misero a cantare:
"Si jo fos una sisile
Tant lontan vors svol
Par chat ch bambinute
Sun chl jet a ripos.
Saludilu, si lu viodis
Saludimi il mio chr ben
Domandilu s'al mi ame
S'al mi l inm tant ben"(1)
Il signorino torn a casa addirittura esaltato. Non aveva sedici anni, il signorino, e fremeva dall'impazienza di partire. Per calmarlo, la contessa gli diceva: - Tranquillo, Antonio; verr il giorno anche per te!
Mio fratello e gli altri due puledri se ne andarono anch'essi immediatamente; io no, ch non avevo neppure due anni.
Restammo soli alla fattoria, mia madre, il padrone, un vecchio servo ed io.
Mia madre, bench incinta, fu messa ai lavori grossi a cui di solito adibivano i buoi; l'attaccavano all'erpice e all'aratro; dovette trascinare dei gran pesi. Ma era brava e coraggiosa, e faceva tutto volentieri.
La vita intanto era diventata per tutti molto diversa; c'era ovunque solitudine e silenzio; nei campi non si vedevano che donne e qualche vecchio. Tutti gli altri erano partiti. Per andare da un paese all'altro c'era bisogno di uno speciale lascia-passare, e di tanto in tanto ronzava nell'aria qualche aeroplano tedesco.
Nessuno per si lagnava, ch la gente dal Friuli somiglia alla razza dei suoi cavalli: forte, resistente, paziente. Parla poco e lavora assai.
Pass del tempo: quanto non so; la guerra andava per le lunghe; le notizie erano ora buone ora cattive.
La Contessa, Antonio, Ippolita, e Burraschetta continuavano per a venire a villeggiare al castello senza paura del disagio n degli aeroplani.
Burraschetta mi confidava che Ippolita voleva bene a un contino del Castello di M..., da poco partito per la guerra; ma anche lei pareva serena.
La Contessa scendeva ora pi spesso alla fattoria e parlava vivacemente col fattore, della guerra e di altre cose; e concludeva sempre col dire:
- Coraggio, Stefani; il vostro figliolo torner, e l'Italia avr la vittoria.
E il fattore l'ascoltava con grande fiducia.
Un gemo gli arriv un telegramma. Me lo ricorder sempre: era sulla soglia della stalla e stava contando certi denari che gli aveva portato un contadino. Se li cacci in tasca senza pi contare, ed inforc gli occhiali colle mani che tremavano.
"- Tognute era ferito - grave - stava all'ospitale di..."
Capit gi la Contessa in quel punto, come mandata dal cielo. Consultarono gli orari: nessun treno prima di sera, ed erano treni che certe volte impiegavano dieci ore per percorrere cinquanta chilometri.
- Non c' che il piccolo, - disse la Contessa - che vi possa portar laggi rapidamente.
Il "piccolo" ero io, e avevano incominciato ad attaccarmi da pochi mesi. Il fattore mi attacc al calesse leggero, e via.
Io capivo che si doveva far presto; capivo che si doveva far presto per arrivare in tempo.
Come, non so, ma in tre ore feci settanta chilometri. Arrivammo in tempo. Ma il giorno dopo Tognute era morto. Aveva avuto tutte e due le gambe fracassate da una bomba sul Vodice. Sai dov' il Vodice?  quel monte che sta sopra l'Isonzo, dove si batterono i nostri, e ne morirono a centinaia.
Tornammo a casa, il patrone ed io, quasi al passo.
Il padrone continuava a volermi bene, e mi trattava come un tempo, ma non mi attaccava quasi pi, ed aveva perduto ogni passione per i cavalli.
Gli erano venuti i capelli tutti bianchi.
Intanto era stato chiamato anche il signorino, ma siccome aveva dell'istruzione, lo avevano mandato alla Scuola di Parma perch diventasse ufficiale.
Un giorno la Contessa disse al fattore:
- Poich voi, Stefani, non vi servite quasi mai del piccolo, io avrei un'amica a cui hanno requisito l'automobile, che cercherebbe un cavallino, vorreste venderglielo?
(Io credo che glielo proponesse per allontanargli un poco il ricordo di quel viaggio).
Il fattore rimase un attimo perplesso, poi rispose:
- Se fa piacere a lei, purch vada in buone mani.
- Ottime; - disse la Contessa - la mia amica lo prenderebbe per adoperarlo proprio ella stessa, e lo tratter con ogni riguardo.
Fu cos che io partii, lasciando dietro a me mia madre; il Friuli; e i ricordi della mia prima infanzia
E venni in una villa del Veneto, proprio sotto il Grappa.
Stava su di un colle tra la Brenta e il Piave, ed era cos diversa dal castello che m'ha visto nascere!
Grande anch'essa, ed antica; ma con due logge aperte, ad arcate svelte e leggere, fiancheggiate da due torri non alte: l'una coll'orologio su di un quadrante azzurro, l'altra colla meridiana. Nessun muro la cingeva, ch il giardino digradava libero gi per la collina, e veramente non era neppure un giardino, ma un parco, tutto pini, e scapigliati cespugli di ginepro. Qua e la, nel fitto degli alberi, qualche statua di marmo corroso, mancante di un braccio, o col naso mozzo; e, in mezzo a quegli alberi, in piena guerra, gli uccelli volavano e cantavano.
Pareva un sito fatto per la pace e per la serenit, ma quando vi giunsi io c'era un pandemonio.
La villa era stata requisita ed era piena di gente che cambiava continuamente come in un cinematografo. L'uno dietro l'altro, ininterrottamente, si susseguivano nella casa i Comandi: di Divisione, di Brigata, di Battaglione, di Reggimento. Arrivavano talvolta in piena notte; cambiavano di posto i mobili come se dovessero fermarsi dieci anni, e dopo pochi giorni, spesso dopo poche ore, se ne andavano improvvisamente come erano venuti.
Nella nuova residenza trovai due compagni con cui strinsi subito amicizia. L'una si chiamava Nina, ed era una cavallina bianca, molto vecchia, che i signori tenevano come pensionata in riconoscenza dei suoi lunghi servigi; l'altro era Lupo, il cane della Signora. Nina ed io stavamo nella serra, poich nella scuderia c'erano i cavalli del Comando.
Lupo e Nina mi accolsero senza superbia e molto cordialmente; mi rassicurarono sulla mia sorte, e mi raccontarono qualche cosa della nuova padrona.
Era questa una personcina piccola e minuta, cogli occhi vivacissimi, ancor giovane, ma coi capelli tutti bianchi.
Era una signora ed aveva un unico figlio di 17 anni, anch'esso alla scuola di Parma, come Antonio.
Mi affezionai a lei rapidamente, poich era molto gentile colle bestie ed aveva di noi un'alta opinione, al punto da rivolgerci spesso la parola.
- Le bestie capiscono molto pi degli uomini - diceva.
Aveva due manine piccine piccine e fragili, e tuttavia teneva le redini e guidava me - anche nei primi tempi, quando le ero ancora sconosciuto - con polso fermo e vivace, come i suoi occhi.
Ella aveva ceduto tutti i salotti del pianterreno; la cucina; le adiacenze; il primo piano; e si era ritirata nella sua camera, e in un corridoio che aveva accomodato alla meglio come un salottino. In quel salottino invitava di tanto in tanto gli ufficiali a prendere il t, per dar loro - diceva - l'illusione di una casa; ma non ci entravano tutti, e dovevano allinearsi lungo le pareti colla tazza in mano.
Certi Comandi avevano un grammofono e lo facevano cantare dopo la mensa fino a mezzanotte. Tutto il giorno si sentiva il ticchettio delle macchine da scrivere; per le scale andavano e venivano gli attendenti che occhieggiavano la cameriera. Gli alpini tagliavano qualche ramo di pino, ne facevano una "ramassa" e con quella scopavano i salotti. Questo dispiaceva un poco alla Signora, non tanto per i salotti, ma per il pino.
Pig, l'uomo di stalla, elevato al grado di maggiordomo dopo l'esodo della servit mascolina, era un po' rabbuiato a vedere tutto quel tramestio e la sua padrona cos spodestata, ma ella lo richiamava all'ordine tranquillamente: - Pazienza, Pig! Tutto per la patria.
Per nulla non era amica della mia prima padrona.
Dicono infatti che ella avesse casa a Roma, e fosse venuta in quella baraonda per esser pi vicina al figlio, e per dare l'esempio ai contadini che incominciavano a malignare sui signori e sulla guerra.
- Eh! - dicevano le donne - L'han voluta; ma se ci fosse pericolo, i primi a svignarsela sarebbero loro.
Sai, si era nell'autunno del '17, e qualche cosa serpeggiava nell'aria, che si cap poi. Per le campagne vagavano dei brutti ceffi, che eludendo la vigilanza, riuscivano a portare in giro il loro veleno.
Udii una volta la Signora dire: - Non so come i soldati possano battersi cos bene, colle famiglie nella condizione di spirito che hanno alle spalle.
Le donne, sopratutto, erano inferocite per il prolungarsi della guerra.  vero che il disagio cominciava a farsi grave, molto grave;  vero che all'uscire dalla messa s'incontravano file di contadine col fazzoletto nero calato sugli occhi, segno di lutto.
E bench la signora fosse rispettata assai in paese, l'avevan su anche con lei, perch sapevano che era patriota, e teneva accanto al letto il ritratto di suo padre che era stato ferito a Bezzecca con Garibaldi.
Quando ella passava per le strade col calessino, per quanto io trottassi pi forte che che potevo, le arrivavano all'orecchio delle brutte canzoni sui signori e sulla guerra, come non fosse madre anche lei, e non l'avesse anche lei soldato, il suo unico figlio.
E arrivammo cos alla fine d'ottobre. Ah, tu non ci sei stato, tu non li sai quei giorni. Ma avrai forse sentito parlare dei profughi che arrivarono fin qui, e si sparsero per tutta Italia, dai paesi invasi.
Gi da parecchi giorni si sapeva: e si viveva nell'incubo del dolore e dell'incertezza. I Comandi erano partiti fin dal 24 ottobre, e la villa era rimasta improvvisamente deserta.
Ogni mattina la cameriera, entrando in camera, annunciava alla signora:
-  Oggi hanno sgombrato R -; oggi hanno sgombrato B -; proprio vicino a noi, a pochi chilometri. E pareva provasse una maligna gioia a dar queste notizie.
La signora fingeva di non udire, e non rispondeva. Ma appena uscita colei, si confidava con Lupo; gli diceva: - Noi non partiremo, nevvero, Lupo?... Noi staremo per ultimi.
E non sapeva neppure dove fosse il suo figliolo.
Ed ecco, il 12 novembre, verso il mezzod, sotto la dirotta pioggia arrivare un'automobile francese col Comandante della Missione che, avendo risieduto alcuni mesi a B -, aveva ricevuto dalla signora qualche cortesia.
Ella stava per mettersi a tavola con una vecchia zia che, dalla sua villa vicina, aveva riparato presso la nipote per non star sola in quei giorni tremendi.
Sapendo il pericolo, il Comandante francese aveva avuto il gentile pensiero di venire da Padova colla sua auto per portar le signore in sito sicuro. Gentile pensiero: ma fin male!... e me lo raccont Lupo ch'era presente. Il Comandante era stato trattenuto a colazione, e questa volgeva al suo termine e si era svolta senza incidenti. La signora era silenziosa e nervosa; nessuno aveva toccato l'argomento scottante.
Ma, al caff, il francese l'affront con grande disinvoltura.
- Je n'ai jamais vu une chose pareille! - disse asciugandosi i baffi che aveva sottili, lunghi, e un po' cadenti. - Ils (i soldati italiani) ne faisaient rien, rien; mais rien du tout! Il aurait suffi de faire quelques trous dans la terre, sur le bord du fleuve, pour empcher tout a, pour rsister; et ils n'ont fait rien, mais... rien! Ils sont des...
La signora non lo lasci finire.
- Excusez moi, Monsieur le Commandant - disse, alzandosi pallida, con fredda cortesia. - Toutes les nations, mme les plus braves, ont eu leurs defaites; si ce n'est pas aujourd'hui, c'est hier, ou avant hier. J'espre que vous ne m'ayez pas dit des vrits: mais, en tout cas, ce n'est pas le moment de nous les dire;  nous qui sommes italiennes, et qui aimons notre patrie comme vous aimez votre France.
E come quello, assai imbarazzato, si scusava, e, per cambiare argomento, ripeteva l'offerta di accompagnare le signore al sicuro colla sua automobile, ella ricus gentilmente, lo lasci partir solo, e rimase.
Quella notte stessa arriv l'ordine di sgombero.
Noi non partimmo. E fu bene.
Non posso descriverti i giorni che seguirono. La casa riformicol di ufficiali: italiani, francesi, inglesi, americani. Intorno alla villa e lungo i pendii dei prati furono scavare trincee; la collina fu trapassata da caverne; qua e l furono spianate piazzuole per i cannoni. Nel bosco e nei vigneti si attendarono le truppe; nel parco, sotto la pioggia, intorno agli alberi, si accantonarono muli e cavalli.
Sopra a la villa passavano sibilando le granate; dalla torre di Bassano, durante il giorno e durante la notte la sirena mandava il suo urlo annunciatore di aerolani nemici: bombe cadevano qua e l a poca distanza, la notte rosseggiava di incendi.
Nelle strade adiacenti un passare ininterrotto di truppe e carreggi; file interminabili di camions, alte nuvole di polvere, siepi divelte. Nelle ore di forte bombardamento la casa tremava e i vetri si schiantavano come per terremoto.
Fu allora che il figlio della Signora fu ferito a Sisemol. Ella non sapeva pi nulla da parecchi giorni. Ed ecco il telegramma. Si corre a cercarlo a San Giacomo di Lusiana. Io non lo conoscevo; non l'avevo visto mai; ma sentivo le mani della Signora, quelle sue piccole fragili mani, cos ferme nel tenere le redini, per la prima volta tremate incitandomi; e tremavo anch'io, e volavo. La ferita era leggera, e il ritorno fu quasi una gioia.
Tu credi che io mi chiami Sise. No, mio caro. Sise  un vezzeggiativo. Il mio vero nome, da quel giorno,  Sisemol, per ricordare il monte dove si batterono i bersaglieri.
Passarono dei mesi, ma ormai si resisteva, la speranza era rinata! Si resisteva sul Piave, si resisteva sugli Altopiani, si resisteva sul Grappa.
Ah, vi furono allora dei giorni belli! Io vidi finalmente sorridere gli occhi della mia Signora. Vennero a salutarla, passando da un fronte all'altro, amici del figlio suo: giovinetti che portavano con loro un'ondata di primavera. Uno ne ricordo, che aveva al braccio la fascia nera per il fratello caduto sul Lemerle; di un altro non rammento che il nome: Franco; gli occhi azzurri e il fanciullesco sorriso. Seppi che cadde poco pi tardi sul Valderoa, alla vigilia della vittoria: medaglia d'oro. Anche Antonio, il ragazzetto che rincorreva Burraschetta sui prati del Friuli, il fratello d'Ippolita, ferito anch'esso, sul Piave. Si soffriva, ma si era felici di soffrire. Ah, che peccato non esser cresciuto qualche centimetro di pi e non aver potuto andarci anch'io, proprio al fronte!... Ma almeno ho vissuto vicino alla guerra, ho visto, ho cercato di aiutare quelli che vi erano in mezzo. Voi che siete stati sempre qui, non sapete che cosa voglia dire aver  vissuto. Non sorridere. Non sapete che cosa voglia dire, ti ripeto. Poich, non soltanto si resisteva, ma si vinceva, e... capirai! Per quanto si sia bestie, come non sentirsi felici?... Tu, perch non andasti in guerra?
- Il padrone mi ha imboscato. Diceva che un asino  indispensabile in una casa.
- Non c'era lui? E i due bai, imboscati anche quelli?
- Oh, quelli!... Prima di tutto, malgrado la loro superbia, sono slombati e pieni di magagne; poi, - hai sentito - sono mezzi tedeschi; e infine sono degli snobs, e non capiscono l'amor di patria. Se fossero andati avrebbero fatto la spia.
- E qui dove siamo?...  il padrone, quell'uomo che parlava colla signorina?
- Colla cocottina, vuoi dire. Checch! Quello  il capo stalla. Il padrone  in viaggio per nuovi acquisti. Come vedi, la scuderia  ora quasi vuota. Questo  un noleggio di cavalli fini. Ogni giorno capita qualcuno, guarda, e dice: - Io vorrei questo, o quest'altro, per una giornata, per mezza giornata, o per due ore; talvolta anche per quindici giorni o per un mese.
- Sicch quasi ogni giorno si cambia?
- Quasi.
- Non mi piace - dice Sisemol. - Io non son fatto per servire molti padroni.
...
- Mamma! - esclama mio figlio porgendomi una lettera aperta - Sise ne ha fatte di tutti i colori. Scrivono che ha ribaltato i nuovi padroni, ha fracassato il carrozzino, s' azzoppato; poi, dicono che morde e calcia come un furibondo.
- Davvero? - rispondo io tranquillamente - Allora non resta altro che riprenderlo.
- Ma come?... L'hai mandato via quand'era bravo e buono, e sei contenta di riprenderlo ora che  zoppo e resto?...
- Mah!... - rispondo, e riprendo a leggere il mio libro.
Veramente la spiegazione ci sarebbe, ma preferisco tenerla per me sola.
...Ben tornato, Sise!
C' un bel sole di dicembre sulle praterie bianche di brina; le tue zampe risuonano con un rumore secco sulla strada dura e gelata; nell'aria c' l'odore dei primi calicantus.
Nina ti sente da lontano e ti saluta con un nitrito; Lupo ti corre incontro scodinzolando e mugolando di gioia.
Il buon Venerd, che ti tiene per la capezza, ci fa segno che non sei zoppo affatto affatto.
...Ben tornato, Sise!
Contro le rocce bluastre del Grappa la villa spalanca le sue rosee loggie verso te, come verso i ricordi di un passato a cui si vuol bene.
...
.
...
FINE.